ARCHITETTURE DEL TEMPO E DEL CUORE


L'architettura delle nostre vite lavorative e personali è cambiata radicalmente.

La mobilità geografica, le carriere distribuite e i ritmi serrati delle metropoli contemporanee ci hanno resi tutti più vicini grazie alla tecnologia, ma spesso più distanti sul piano della presenza reale.

In sociologia si parla spesso di "desincronizzazione sociale": non viviamo più nei medesimi spazi e, soprattutto, non viviamo più negli stessi tempi. Quando la distanza fisica ci costringe ad abitare in città diverse, la sfida non è solo la mancanza della quotidianita, ma la frammentazione del tempo condiviso.

Diventa faticoso incastrare agende, pianificare spostamenti, presenziare agli eventi importanti e persino trovare una mezz'ora per una telefonata senza l'ansia della notifica successiva.

Dal punto di vista psicologico, tuttavia, la vicinanza emotiva non è una mera questione di contabilità oraria. Il senso di connessione profonda si nutre della qualità dell'attenzione e della priorità percepita. Non è l'assenza di impegni a generare spazio per le relazioni, ma è la scelta consapevole di assegnare valore a quel tempo.

Un celebre principio della psicologia delle relazioni ricorda che nessuno è davvero "troppo occupato": l'occupazione è spesso una questione di priorità operative. Quando si sceglie di esserci, che sia un treno preso al volo nel weekend o dieci minuti di ascolto autentico a fine giornata, si lancia un segnale chiaro alla mente dell'altro: tu fai parte della mia vita.

Il tempo è la risorsa più democratica e al contempo più scarseggiante che abbiamo. Saperlo custodire e regalare a chi conta davvero non è solo una scelta affettiva, ma una competenza emotiva fondamentale per il nostro benessere individuale e relazionale.

REGOLE PER GLI ALTRI, PRIVILEGI PER CHI COMANDA: IL SOVRANISMO A TARGHE ALTERNE DELL'AFD


Foto generata con AI



Il voto per l'AfD in Sassonia e nel resto della Germania mette in luce un'ipocrisia politica e un'incoerenza elettorale difficile da ignorare, offrendo lo spettacolo di un elettorato che sceglie un programma ultra-conservatore, identitario e ostile alle diversità pur essendo guidato da chi incarna l'esatto opposto di quei valori. Alice Weidel guida un partito che promuove la famiglia tradizionale, contrasta i diritti LGBTQ+ e invoca la "remigrazione", ma nella vita privata è:

1) una donna lesbica;

2) unita a una compagna originaria dello Sri Lanka;

3) ha due figli adottivi;

4) la residenza principale in Svizzera. 

Rappresenta, dunque, esattamente ciò che la retorica del suo stesso partito definisce una minaccia per l'Occidente, creando un palese doppio standard.
A questo cortocircuito, Weidel risponde con una precisa linea difensiva: sostiene che la vera minaccia per la sicurezza delle persone omosessuali in Germania non derivi dalla destra conservatrice, bensì dall'immigrazione di massa incontrollata e dalla diffusione dell'Islam radicale, che considera del tutto incompatibile con la Costituzione tedesca e intrinsecamente intollerante verso le minoranze sessuali. Con questa argomentazione tenta di ribaltare la narrazione, presentandosi non come una figura in contraddizione con il proprio partito, ma come una protettrice delle libertà individuali contro un pericolo esterno.La realtà dei fatti invece evidenzia un sovranismo a targhe alterne. La retorica contro la libera circolazione sbatte contro la quotidianità di una leader che vive oltreconfine, sfruttando i vantaggi di un Paese terzo per poi fare politica in Germania. 
L'AfD utilizza e strumentalizza la figura di Weidel facendone un comodo scudo retorico per respingere le accuse di omofobia, mentre l'elettorato sceglie di ignorare l'evidente applicazione di un'eccezione ad personam. 
Sostenere questa linea significa accettare un modello che applica le rigide regole identitarie soltanto alla vita degli altri, garantendo flessibilità e privilegi a chi detiene il potere. 
Questo modo di fare non mi è nuovo; a voi? 


L'ILLUSIONE DELL'ALTRUISMO SUL LAVORO: PERCHÉ LA TUA CARRIERA DIPENDE SOLO DA TE

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“Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro punto di vista verso il loro proprio interesse.”
Adam Smith. La ricchezza delle nazioni (1776)

Nell’economia dell’esistenza, e a maggior ragione in quella professionale, la sola responsabilità inalienabile che abbiamo è quella verso noi stessi.
Troppo spesso investiamo un’energia sproporzionata nel supportare progetti, team o relazioni lavorative, dimenticando che la dedizione profusa a beneficio altrui rischia di rivelarsi una fragile illusione. 
Ci viene insegnato a dare senza riserve, ad anteporre le esigenze del gruppo o dell’organizzazione alle nostre personali ambizioni. Tuttavia, la realtà dei contesti lavorativi ci mostra una verità assai più pragmatica: l’altruismo incondizionato raramente genera una sincera e duratura gratitudine.
Non si tratta di cinismo, ma di un lucido realismo sulla natura umana e sulle dinamiche organizzative. 
In contesti ad alta competitività, le persone e le aziende tendono inevitabilmente a perseguire le proprie priorità. 
È un dato di fatto: molti non esiteranno a volgere le spalle con disinvolta ingratitudine non appena scorgeranno la promessa di un’opportunità più vantaggiosa o di un interesse personale più immediato.
Questo non significa smettere di collaborare o rinunciare all'etica sul lavoro. 
Significa ridefinire i propri confini; in che modo?

Cerco di riassumere nei punti che seguono: 
1. Smettere di attendere la riconoscenza come moneta di scambio: il valore del nostro lavoro deve risiedere nella nostra crescita personale e professionale, non nella gratificazione che ci aspettiamo dagli altri.
2. Tutelare le proprie risorse: tempo, competenze ed energia sono beni finiti. Consumarli esclusivamente per spianare la strada ad altri significa impoverire il proprio futuro.
3. Diventare i primi custodi della propria carriera: nessuno avrà mai a cuore i tuoi obiettivi con la stessa intensità con cui dovresti averli tu.

Teniamo allora bene in mente che operare con correttezza e standard elevati rappresenta un principio di condotta fondamentale, ma subordinare il proprio impegno alla lealtà altrui costituisce una svista strategica. Imparare a dare il corretto valore alle proprie competenze significa comprendere che la tutela della propria crescita professionale deve sempre precedere qualsiasi altra aspettativa.

IL SANTUARUO DELLA CONFIDENZA ED IL TRADIMENTO DELL’ASCOLTO




Esiste un confine invisibile, ma fondamentale, che separa la nostra sfera pubblica da quella privata.
Nella dimensione della confidenza, che si tratti di uno sfogo tra amici, di una conversazione sussurrata durante un viaggio o di un pensiero accennato a un collega, le persone si spogliano delle proprie maschere sociali. 
In quello spazio, protetti dalla presunzione di riservatezza, possono emergere anche i pensieri più orrendi, le frustrazioni più meschine, i giudizi più tranchant e ingiustificabili. È una valvola di sfogo intrinseca alla natura umana, un modo per dire ad alta voce ciò che la morale pubblica magari condanna, non per tradurlo in azione o in manifesto politico, ma per liberarsene nell'istante stesso in cui viene pronunciato.
Il vero discrimine etico si sposta nel momento in cui quel confine viene violato. 
Se qualcuno, per puro caso o per vicinanza fisica, intercetta queste parole nate per rimanere private, o se la persona stessa destinataria di tale fiducia decide di registrarle e diffonderle all'esterno, commette un atto che va oltre la gravità delle parole ascoltate. Trasformare un'aberrazione privata in uno scandalo pubblico è un'operazione ignobile. 
Chi riporta all'esterno queste dichiarazioni non lo fa quasi mai per amore di giustizia, ma per un calcolo di potere, per vendetta o per il gusto voyeuristico della gogna. 
È il passaggio da un peccato di pensiero (orrendo finché si vuole) a un atto deliberato di distruzione della reputazione altrui.
 Il tradimento della riservatezza distrugge la fiducia sociale ed è, per questo, un atto ancora più subdolo e meschino della peggiore delle confidenze.

Questo cortocircuito etico si incarna perfettamente nella recente vicenda che ha scosso le stanze del Premio Strega, dove lo scrittore Michele Mari è finito al centro di una violenta polemica per alcune pesantissime dichiarazioni su Michela Murgia, scambiate durante un viaggio in treno con la collega Elena Rui e intercettate da altri passeggeri (tra cui la scrittrice Teresa Ciabatti).
Le frasi attribuite a Mari, e da lui successivamente smentite (io non c’ero, per cui non posso sapere la verità) sono indifendibili. 

Liquidare la figura e lo spessore intellettuale di una scrittrice come Michela Murgia, a pochi anni dalla sua scomparsa, riducendo le sue posizioni e la sua intransigenza a una presunta "rabbia da bruttezza" e allargando il campo a un cliché misogino secondo cui "tutte le donne insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose", rappresenta un giudizio feroce, sgradevole e profondamente ingiusto, oltre che codardo. Non si può essere d'accordo con simili affermazioni, che colpiscono la dignità personale e intellettuale di una donna, di un'autrice, che ho sempre trovato meravigliosa. 

Tuttavia, pur condannando fermamente il contenuto di quelle parole, è altrettanto necessario condannare il meccanismo che le ha rese pubbliche. Quelle frasi non facevano parte di un'intervista, di un saggio o di un dibattito pubblico; erano nate per rimanere nell'alveo di una conversazione privata e confidenziale. Portarle alla luce, amplificarle sui media e trasformarle in un'arma di fustigazione pubblica è un atto altrettanto, se non più, ignobile. 

Chi ha deciso di raccogliere quelle parole e "tuonarle" all'esterno ha violato il diritto fondamentale di ogni individuo di essere orrendo nel proprio privato senza per questo dover essere processato in pubblica piazza. 

Nel tentativo di difendere una memoria, si è scelto di calpestare l'etica dell'ascolto, dimostrando che oggi il linciaggio mediatico conta più del rispetto della sfera intima.

PUDDING, PIMPIM E PUHDA IGNORAVANO SEMPRE POCHI SOLO PERCHÉ POCHI ERA DIVERSO

 

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“Pudding, Pimpim, and Puhda always ignored Pochi just because Pochi was different”.

(Pudding, Pimpim e Puhda ignoravano sempre Pochi solo perché Pochi era diverso)


Dietro la semplicità di questa frase si nasconde una delle dinamiche più tossiche delle nostre comunità, dei contesti lavorativi e del dibattito pubblico: “l'emarginazione di chi la pensa diversamente”.

Nel momento in cui qualcuno esce dal coro, che si tratti di una visione politica, di un'ideologia profonda o semplicemente di un'idea fuori dagli schemi, scatta spesso un meccanismo di difesa automatico: l'isolamento. 

Se non ti allinei al pensiero del gruppo (la maggioranza di Pudding, Pimpim e Puhda), diventi invisibile.


Un esempio lampante e recente di questa dinamica ha coinvolto Erri De Luca. Da sempre voce fuori dal coro e intellettuale militante, De Luca si è trovato al centro di una dura ondata di ostracismo mediatico e culturale a seguito delle dichiarazioni fatte quando, ospite del Festival Internazionale degli Scrittori di Gerusalemme, lo scrittore ha scambiato dei pensieri con Uri S. Cohen, docente di Letteratura ebraica e italiana all’Università di Tel Aviv. Pubblico il testo integrale della loro conversazione alla fine del post. 


Sono certa che circondarsi solo di persone che confermano le nostre stesse idee sia molto rassicurante. 

Immergersi nelle cosiddette “echo chamber” elimina il dubbio, protegge le nostre certezze, ci fa sentire meglio, ma sapete qual è la verità? È che il pensiero unico anestetizza la mente. Il pensiero unico non ti fa guardare e quindi vedere oltre un palmo dal proprio naso.

Quando rifiutiamo il confronto con un'ideologia o una prospettiva diversa dalla nostra, non stiamo difendendo la nostra identità; stiamo solo limitando la nostra crescita. 

L'esclusione intellettuale nasce dalla paura: la paura di mettere in discussione i nostri dogmi.

Quando impareremo e capire che la discrepanza di idee è un valore biologico e sociale?

I grandi passi avanti della storia, della cultura e persino delle aziende non sono mai nati dal consenso incondizionato, ma dal dissenso. Chi esprime un'idea fuori dal coro ci costringe a fare uno sforzo di logica per difendere o ricalibrare le nostre posizioni.

L'incontro tra due ideologie contrapposte non deve per forza generare un vincitore e un vinto; spesso genera una terza via, più evoluta e completa.

Un gruppo di persone che la pensa tutto allo stesso modo è fatalmente cieco di fronte ai propri errori, mentre il "diverso" è colui che vede il burrone prima che il gruppo ci cada dentro.

Inclusione non significa ipocrita tolleranza o finto buonismo. Significa rispetto per l'intelligenza altrui.

Significa sedersi al tavolo con chi ha una visione del mondo diametralmente opposta alla nostra e ascoltare, non per ribattere, ma per capire.

Se nel nostro team, nella nostra cerchia sociale o nei nostri feed social diamo spazio solo a chi ci dà ragione, stiamo creando un mondo piatto. Impariamo ad ascoltare i "Pochi" della situazione. Le idee diverse non minacciano chi siamo: mettono alla prova la solidità del nostro pensiero e seppure ci aiutassero a cambiare idea non sarebbe sintomo di una sconfitta, bensì di una vittoria, perché, come sosteneva G. B. Shaw, “Chi non può cambiare idea, non può cambiare nulla”.



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Erri De Luca e il sionismo. Una conversazione a Gerusalemme

Ospite del Festival Internazionale degli Scrittori di Gerusalemme, lo scrittore è stato protagonista di un incontro con Uri S. Cohen, docente di Letteratura ebraica e italiana all’Università di Tel Aviv. 

Questo il testo della loro conversazione


29 MAG 26

Uri S. Cohen: Allora. Sono andato da mia madre l’altro giorno e ho trovato un articolo di 32 anni fa, cioè proprio il 20 maggio del ‘94: un’intervista con Erri De Luca, la prima uscita in ebraico, ed era l’inizio del tuo incontro con questo paese. La domanda, oltre al piacere che mi ha fatto vedere questa cosa, è: cos’è cambiato in questi 32 anni? Devo anche precisare – perché sapranno anche qui che sei in mezzo a una bufera giornalistica – che, secondo me, trent’anni fa dicevi esattamente le stesse cose. Quindi quello che è cambiato non sei tu, ma le cose intorno. Non chiedo che cosa è successo, poiché lo sappiamo tutti, ma come è cambiata la cultura italiana nei riguardi di Israele e di questo argomento del sionismo, eccetera… 

Erri De Luca: Allora. Oltre che vecchio, ho scritto un sacco di libri – sono rimasto uno scrittore e un lettore. Le mie convinzioni politiche riguardano la mia coscienza di cittadino ma non entrano mai nella mia scrittura. Quello che è cambiato è che in Israele si sono aggiunte altre guerre nel frattempo. E quello che mi sembra adesso è che questa guerra ha la possibilità di essere l’ultima, perché c’è la possibilità per tutti e due i paesi – Israele e Palestina – di cambiare profondamente. Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace – non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom.

Uri: Qui, come vedi, le tue idee sono molto gradite. Però, stando in Italia da tanto tempo, uno vede dei cambiamenti che non riguardano solo Israele – la cultura italiana è cambiata nel modo in cui guarda il passato. E questo appartiene anche alla tua scrittura. Come definisci tu questo essere figlio del secolo, e – lo dico in ebraico – quel kum, quell’alzarsi che hai sentito? Vedi questo cambiamento intorno a te?

Erri: Nella guerra di invasione dell’Ucraina, per esempio, alle ultime manifestazioni della Festa della Liberazione del 1945, le bandiere ucraine sono state espulse dal corteo – cosa per me incomprensibile, perché io sono completamente per la protezione, la difesa e anche per la vittoria dell’Ucraina. E lo stesso vale per la regione del medio oriente. Questa guerra ha radicalizzato delle simpatie e delle antipatie nei confronti del governo di Israele, ma anche simpatie dirette verso chi, quando grida lo slogan “Palestina libera, dal Giordano al mare” – cioè una Palestina senza la presenza di Israele – pronuncia precisamente il programma di Hamas. Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas, che però non osa dirlo – dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese.

Uri: Forse qui non tutti sanno che hai avuto un momento di kum politico: sei stato radicalizzato da ragazzo, sei arrivato a Lotta continua, a quel movimento da cui descrivi l’uscita in termini molto poetici. Questo elemento è parte molto importante della tua scrittura. Potremmo dire qualcosa sul momento in cui arrivi alla letteratura? E vorrei tenere in mente che quello che succede oggi succede in una società, in una cultura molto meno letteraria di quanto non lo fosse fino agli anni Ottanta-Novanta.

Erri: Sì, ho fatto parte di un movimento rivoluzionario della sinistra italiana, che era molto radicata nell’Italia degli anni Settanta. Ho partecipato a quel movimento perché la rivoluzione è stata la parola d’ordine del Novecento – con quello strumento si sono liberati i popoli da secoli di oppressioni coloniali e sono nate nuove nazioni libere. Dunque noi siamo stati il seguito di questo Novecento rivoluzionario. Poi – poiché è stato anche il secolo degli operai – sono stato operaio. Poiché è stato anche il secolo degli emigranti, sono stato emigrante. Insomma, sono stato tutto quello che si poteva essere nel Novecento. E dunque sono stato anche rivoluzionario. Ma la mia adesione alla causa palestinese si è interrotta di colpo nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, con la strage di Monaco. Il fatto che ci fossero degli ebrei uccisi in Germania di nuovo mi ha completamente dissociato dalla causa palestinese, da quel momento in poi. Ho continuato a partecipare a quel movimento, ma non ho mai più detto qualcosa a proposito della causa palestinese.

Uri: Stiamo parlando di cinquant’anni fa. Possiamo venire a cose più vicine. E allora io ancora mi chiedo: verso la politica, descrivi una responsabilità storica – un entrare nella storia e chiedersi quale è il proprio ruolo. Come si arriva da lì alla scrittura?

Erri: La scrittura è cominciata molto presto, nell’adolescenza. Era il modo per tenermi compagnia – oltre alla lettura, c’era anche la scrittura. Il primo racconto l’ho scritto a 11 anni ed era la storia di un pesce. Ho sempre avuto un’empatia per gli animali, nel senso che li considero più capaci e più esperti di noi nel vivere la vita. Sono dei maestri. E poi ho continuato a prendere spunto dalla mia vita. Il Novecento è stato un secolo che ha schiacciato le figure delle singole persone, le ha disperse, ha separato genitori dai figli, ha spostato masse umane sui continenti. In questo, i napoletani e gli ebrei hanno preso la stessa direzione – verso occidente – con navi differenti, motivi differenti, ma andando verso altri continenti perché questi non li contenevano più. Questo secolo ha fatto venire fuori le singole storie, e la letteratura è stata quella che le ha raccontate. Io ho fatto parte di questa volontà di riscattare le singole vite, le piccole vite personali, dallo schiacciamento del Novecento.

Uri: Parlando di pesci – adesso sta per essere pubblicato qui in Israele Storie di Irene, che è un libro... almeno il primo racconto, che è il cuore del libro, con la storia di Irene che sembra a metà strada fra umani e pesci. E’ una descrizione giusta?

Erri: E’ una storia come quella di Pinocchio che vuole diventare bambino, no? Questa è una bambina che è stata salvata da un naufragio dai delfini e che, dopo un periodo in cui è cresciuta sull’isola, vuole tornare in compagnia dei pesci che l’hanno salvata. E’ un ritorno al mare – diventa di nuovo un delfino, un modo di essere parte di questi magnifici mammiferi.

Uri: Come mai sei arrivato al mare, tu che hai scritto a lungo di montagne?

Erri: No, io sono cresciuto al mare, sull’isola d’Ischia. Tutti i miei centimetri sono dell’isola d’Ischia – crescevo solamente d’estate, sotto il sole, come una pianta. Poi quando ritornavo a Napoli, nei vicoli, non crescevo più. Comunque sono uno che ha conosciuto prima il mare e poi le montagne. Però quando ho conosciuto le montagne, lì ho il posto dove mi muovo meglio, dove il mio corpo si muove meglio, dove tutte le mie parti sono insieme a fare una sola cosa: scalare. Tutte le parti unite per strisciare su quella superficie verticale lentamente.

(risate) Rido perché c’è un piccolo dibattito in ebraico su quanto sia pericoloso andare in montagna. Ho detto in ebraico – non lo dico in italiano – ma è molto pericoloso: si muore facilmente e volentieri.

Uri: Però quella non è una domanda. Io tra me e me dico ogni tanto: tu sei uno scrittore napoletano che scrive sulla montagna come se la montagna fosse in mare — con il massimo di rischio possibile. Non usi protezione mentre scali, non usi niente, niente corda, niente.

Erri: Ma perché la vecchiaia è un’età molto sperimentale.

Uri: (ride) Sperimentale! E dunque quello che hanno in comune la montagna e il mare per te è la superficie.

Erri: Io mi muovo in superficie. Sono una persona superficiale – non vado nelle profondità, non faccio speleologia, non scendo nelle cavità, non scendo con le bombole sott’acqua. E anche quando leggo l’ebraico antico, lo leggo in superficie, nel senso letterale – nel senso che voi chiamate peshat. E questo ci porta a tanti argomenti.

Uri: Forse qui non sanno tutti che ancora oggi, tutte le mattine, ti alzi e leggi il Tanakh. Da quando? E perché?

Erri: Perché io dormo come un sasso. Quindi al mattino, quando mi risveglio, devo passare attraverso il regno vegetale – che è quello che faccio con il caffè. E poi, per passare al regno animale umano, ho bisogno di leggere in ebraico antico: quel modo di lettura che va dalla parte opposta a quella in cui leggo i libri fa quell’attrito nella mia testa che accende la scintilla del mattino. Mi sveglio facendo questo attrito con l’ebraico, tutti i giorni.

Uri: Noi parlavamo della traduzione di Samuele di 32 anni fa, che è appena uscita – e poi sono uscite altre: Qohèlet, Giona... Ti volevo chiedere: quale ti piace di più?

Erri: Sempre quella che sto leggendo al mattino.

Uri: (ride) Quella è una furbizia! Allora lo chiedo diversamente: perché non traduci le storie di Davide?

Erri: Di Davide ho prodotto il capitolo 17 – quello del duello con Golia – perché volevo spiegare come nasce l’artiglieria.

Uri: In Storie di Irene, ti descrivi come “venditore di storie napoletano”. Cosa significa questa frase?

Erri: Lo scrittore è il venditore di storie di un solo autore. Quindi, per vendere molti libri, ne devo scrivere molti. Se no avrei potuto fare il libraio – avrei potuto mettere molti più libri di molti autori. Ma sono rimasto scrittore, e allora posso vendere solamente i miei.

Uri: Nel libro c’è anche un’idea: chi sta appeso alla parete, al precipizio, non ha bisogno dei critici letterari. Questo rapporto tra la scrittura e il mondo letterario – puoi spiegare come vanno insieme questo stare in parete senza corda e quello che hai definito in un’intervista un distacco voluto da un quarto di secolo dalla cultura italiana?

Erri: Non partecipo a nessun premio letterario, né come candidato né come giurato. Chi scrive sta a una distanza e cerca con la scrittura di raggiungere una persona che sta in un altro posto e in un altro tempo. E’ un rapporto in cui non c’entra la terza persona, non c’entra il mondo – anzi, è la separazione dal mondo e il procurarsi reciprocamente un tempo di isolamento.

Uri: C’è qualcosa nella cultura che non ti piace – i convegni, questo modo di discutere?

Erri: E’ che l’ambiente letterario italiano non mi interessa.

Uri: Ma perché?

Erri: Non ho una teoria, ho solamente la pratica: non mi piacciono. Lì è teoria.

Uri: Comunque tu appartieni alla roccia della letteratura – i classici, la Bibbia. In Storie di Irene vengono le Furie, che vengono da Eschilo, se non anche da prima, c’è Dante... Puoi dire qualcosa su questo?

Erri: Sono più lettore che scrittore, e dunque le letture da qualche parte finiscono sotto pelle e poi affiorano sotto forma di racconto, dopo essersi trasformate. Se mi accorgo di stare ricordando uno scrittore, lo cito, lo nomino – mi fa piacere riconoscere una coincidenza. Ma se no, non me ne accorgo. Non so dire che c’è stata questa trasformazione dalla lettura a una mia digestione di scrittura.

E poi il lettore che sono non conosce lo scrittore che sono, perché se lo scrittore si mette a fare il lettore, si guasta la lettura – inevitabilmente compara la lettura con la propria scrittura. Gli viene in mente: io l’avrei scritta diversamente. Così la lettura si guasta, diventa la lettura di uno scrittore da scrittore. Invece io leggo da lettore, che non sa niente dell’altro che scrive.

C’è uno scrittore svizzero che si chiamava Robert Walser: dopo aver letto Dickens, non ha scritto più una parola e si è disperato perché non poteva essere paragonabile a Dickens. Ma il guasto è di leggere Dickens da collega di Dickens, e non da lettore che si gusta Dickens. A me Dickens piace, ma non mi verrebbe in mente di non scrivere perché ha già scritto meglio di me.

Uri: Dall’inizio, dal primo libro, avevi già la misura breve dei libri – che è poi la misura odierna in tutta l’editoria. E chiedo: non ti è mai venuto in mente di fare il romanzone, i Promessi Sposi, un mattone?

Erri: No. Io penso che uno scrittore, con la sua storia, è ospite del tempo del lettore. L’ospite deve alzarsi da tavola finché è ancora desiderato. Il migliore complimento per me è che alla fine il lettore dica: avrei voluto altre pagine. Vuol dire che sono stato discreto, non ho approfittato del suo tempo. E poi i romanzoni ci sono già!

Uri: Guarda. C’è scritta, in Storie di Irene, una frase che va dietro la parola bellezza: “Vedo la bellezza di Irene e non risalgo in cima all’universo per giustificare che lei esiste”. E’ un’argomentazione con Dante, o sbaglio?

Erri: E’ il contrario. Per me la bellezza è una grande manifestazione della forza della natura e non ho bisogno di risalire a un capomastro che ha distribuito la bellezza insieme alla bruttezza. La bellezza si giustifica da sola, perché è la forza della natura di farsi concorrenza attraverso la bellezza, di migliorarsi attraverso la bellezza – che è una forza interiore e non una decorazione, non un’estetica. E’ come la forza del seme sepolto nella terra che però, quando germoglia, spunta verso l’alto e affiora in superficie, andando contro la legge di gravità. La bellezza è questa forza che si sprigiona dal basso verso l’alto, dall’interno verso l’esterno.

Uri: Nell’Iliade, Afrodite minaccia Elena di toglierle il dono della bellezza, ed Elena si riempie di paura. Irene è un’altra Elena, su quell’isola?

Erri: Sì. La sua bellezza è di essere sia del mare che della terra, di saper stare in tutte e due le superfici. Ne manca solo l’aria.

Uri: La prossima: una storia con le ali?

Erri: L’ho già scritta, no? Quella era quella di Dio. (sorride) Il monte di Dio – quello qui lo conoscono tutti.

Uri: Parlando di questo movimento fra la terra e la montagna, c’è una cosa molto bella di Primo Levi che parla della montagna come un’isola. Te la leggo:

“Uscivamo all’aurora, strofinandosi gli occhi, dalla portina del bivacco Martinotti, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne – candide, brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche. Erano un’isola, un altrove”.

È un senso che condividi?

Erri: Sì. Le montagne sono la spinta della terra verso l’alto – sono il confine della terra con il cielo. E allora l’isola ce la metto io: sono io che vado a isolarmi in montagna, mi procuro questa distanza attraverso questo deserto, dove non c’è nessuno intorno, dove sono una minuscola parte dell’immenso. E poi, fatta questa traversata nel deserto, ritorno al mio punto di partenza. L’isola è sempre un arrivo; la cima di una montagna mai è un arrivo – o se lo è, è un arrivo definitivo. Come si dice da noi: salire è facoltativo, ma scendere è obbligatorio.

Uri: Il punto di partenza è sempre Napoli, o sbaglio?

Erri: Napoli è uno dei miei quattro cantoni – posso dire: il gioco dei quattro cantoni. Poi c’è la vita operaia, poi c’è la mia vita di cittadino politico, poi c’è la mia vita di volontario negli aiuti nelle guerre. Napoli è una delle mie fonti di ispirazione, ma non è la sorgente della mia ispirazione. E’ la sorgente della mia lingua madre – con me stesso parlo napoletano.

Uri: E nella letteratura hai uno stile che io oserei chiamare “italiano biblico” – molto raffinato, molto ricercato. Io ho tradotto un tuo libro e non era facile, eh!

(Una spettatrice chiede se Uri si consultasse con Erri durante la traduzione)

Erri: No. (pausa) E poi – sentite tutti come rispondo alle domande. Nessuna domanda è sciocca, perché parte da un interesse verso la persona – è un atto di cortesia, di gentilezza, di curiosità. Per gran parte della mia vita sono stato interrogato dai magistrati, o da persone che si interessavano solo a sapere se sarei ancora vivo o no. Dunque improvvisamente, con la scrittura, sono arrivate un sacco di belle domande, e allora mi sforzo di inventare delle belle risposte.

Uri: Voglio fare un’ultima domanda. In Storie di Irene c’è una frase che ho trovato molto toccante: “Al posto della vergogna è venuta la gratitudine”. Siamo in un momento in cui abbiamo anche molto di cui vergognarci. Come si passa dalla vergogna alla gratitudine? Cosa fa al mondo questo passaggio?

Erri: La vergogna resta, e obbliga a togliersela di dosso, a inventare una risposta, a reagire contro questa vergogna che rode da dentro. La vergogna è un sentimento politico, perché quando coinvolge più persone spinge a inventare risposte positive, risposte generose. Come napoletano ho sentito questo sentimento quando Napoli era abitata dalla Sesta Flotta americana – scendevano in massa a Napoli e andavano a sfogare la loro astinenza alcolica e sessuale. Mi vergognavo di essere lì. E la mia risposta è stata quella di andarmene, di disertare quella città. Ma quando la vergogna diventa collettiva, la risposta è politica. Non è un brutto sentimento, la vergogna – fa bene al corpo, alla salute. Se esiste, produrrà buoni frutti.

Uri: (dal pubblico) Ti chiedono: hai pagato un prezzo per questo tuo sostegno a Israele, per questo dire “io sono sionista” – in tempi in cui sembra proprio una bestemmia?

Erri: Sì. Non sono mai stato tanto attaccato in Italia come adesso, e lo sarò ancora a lungo per queste mie convinzioni. Però le mie convinzioni precedono i miei interessi. Sono disposto a perdere tutto per le mie convinzioni.

Uri: Questa non è più una domanda, è una dichiarazione d’amore. Ti stiamo aspettando qui per la prossima edizione, nella Gerusalemme città di pace – speriamo tutti.

Erri: Assolutamente. Condividiamo questo sentimento.

Uri: (traduce una domanda dal pubblico) Una signora dice che ha sempre ammirato i tuoi libri e si sofferma sulle frasi. La domanda è: come componi? Avendo sentito come parli, sembra che tu scriva come pensi, come parli, come vivi. La scrittura è un processo uguale o qualcosa di diverso?

Erri: La scrittura è un tempo festivo per me. Scorre la penna sul foglio in maniera fluida – non perché sto sentendo un racconto, ma perché mentre lo scrivo lo sto sentendo: è una voce, è un racconto orale, con le mie frasi che non sono più lunghe del fiato che ci vuole a pronunciarle. E’ una specie di registrazione di un flusso di parole, di voci. Sento le voci, sì, e scrivo sentendo un racconto.

Uri: Erri, c’è qualcosa che vorresti dire a questo pubblico?

Erri: Grazie dell’accoglienza.

Uri: Erri, ti ringrazio molto. Come sempre è un grande piacere, e si impara sempre qualcosa. E ancora mi ricordo che mi dicevi: si scrive con la penna, mettendo sulla carta. E così si scrive. Ciao a tutti!