L I B E R A I T U O I P E N S I E R I

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti (A. Gramsci)......il blog di Vincenza Abbatiello

PUDDING, PIMPIM E PUHDA IGNORAVANO SEMPRE POCHI SOLO PERCHÉ POCHI ERA DIVERSO

 

Tempo di lettura: circa 9 minuti


“Pudding, Pimpim, and Puhda always ignored Pochi just because Pochi was different”.

(Pudding, Pimpim e Puhda ignoravano sempre Pochi solo perché Pochi era diverso)


Dietro la semplicità di questa frase si nasconde una delle dinamiche più tossiche delle nostre comunità, dei contesti lavorativi e del dibattito pubblico: “l'emarginazione di chi la pensa diversamente”.

Nel momento in cui qualcuno esce dal coro, che si tratti di una visione politica, di un'ideologia profonda o semplicemente di un'idea fuori dagli schemi, scatta spesso un meccanismo di difesa automatico: l'isolamento. 

Se non ti allinei al pensiero del gruppo (la maggioranza di Pudding, Pimpim e Puhda), diventi invisibile.


Un esempio lampante e recente di questa dinamica ha coinvolto Erri De Luca. Da sempre voce fuori dal coro e intellettuale militante, De Luca si è trovato al centro di una dura ondata di ostracismo mediatico e culturale a seguito delle dichiarazioni fatte quando, ospite del Festival Internazionale degli Scrittori di Gerusalemme, lo scrittore ha scambiato dei pensieri con Uri S. Cohen, docente di Letteratura ebraica e italiana all’Università di Tel Aviv. Pubblico il testo integrale della loro conversazione alla fine del post. 


Sono certa che circondarsi solo di persone che confermano le nostre stesse idee sia molto rassicurante. 

Immergersi nelle cosiddette “echo chamber” elimina il dubbio, protegge le nostre certezze, ci fa sentire meglio, ma sapete qual è la verità? È che il pensiero unico anestetizza la mente. Il pensiero unico non ti fa guardare e quindi vedere oltre un palmo dal proprio naso.

Quando rifiutiamo il confronto con un'ideologia o una prospettiva diversa dalla nostra, non stiamo difendendo la nostra identità; stiamo solo limitando la nostra crescita. 

L'esclusione intellettuale nasce dalla paura: la paura di mettere in discussione i nostri dogmi.

Quando impareremo e capire che la discrepanza di idee è un valore biologico e sociale?

I grandi passi avanti della storia, della cultura e persino delle aziende non sono mai nati dal consenso incondizionato, ma dal dissenso. Chi esprime un'idea fuori dal coro ci costringe a fare uno sforzo di logica per difendere o ricalibrare le nostre posizioni.

L'incontro tra due ideologie contrapposte non deve per forza generare un vincitore e un vinto; spesso genera una terza via, più evoluta e completa.

Un gruppo di persone che la pensa tutto allo stesso modo è fatalmente cieco di fronte ai propri errori, mentre il "diverso" è colui che vede il burrone prima che il gruppo ci cada dentro.

Inclusione non significa ipocrita tolleranza o finto buonismo. Significa rispetto per l'intelligenza altrui.

Significa sedersi al tavolo con chi ha una visione del mondo diametralmente opposta alla nostra e ascoltare, non per ribattere, ma per capire.

Se nel nostro team, nella nostra cerchia sociale o nei nostri feed social diamo spazio solo a chi ci dà ragione, stiamo creando un mondo piatto. Impariamo ad ascoltare i "Pochi" della situazione. Le idee diverse non minacciano chi siamo: mettono alla prova la solidità del nostro pensiero e seppure ci aiutassero a cambiare idea non sarebbe sintomo di una sconfitta, bensì di una vittoria, perché, come sosteneva G. B. Shaw, “Chi non può cambiare idea, non può cambiare nulla”.



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Erri De Luca e il sionismo. Una conversazione a Gerusalemme

Ospite del Festival Internazionale degli Scrittori di Gerusalemme, lo scrittore è stato protagonista di un incontro con Uri S. Cohen, docente di Letteratura ebraica e italiana all’Università di Tel Aviv. 

Questo il testo della loro conversazione


29 MAG 26

Uri S. Cohen: Allora. Sono andato da mia madre l’altro giorno e ho trovato un articolo di 32 anni fa, cioè proprio il 20 maggio del ‘94: un’intervista con Erri De Luca, la prima uscita in ebraico, ed era l’inizio del tuo incontro con questo paese. La domanda, oltre al piacere che mi ha fatto vedere questa cosa, è: cos’è cambiato in questi 32 anni? Devo anche precisare – perché sapranno anche qui che sei in mezzo a una bufera giornalistica – che, secondo me, trent’anni fa dicevi esattamente le stesse cose. Quindi quello che è cambiato non sei tu, ma le cose intorno. Non chiedo che cosa è successo, poiché lo sappiamo tutti, ma come è cambiata la cultura italiana nei riguardi di Israele e di questo argomento del sionismo, eccetera… 

Erri De Luca: Allora. Oltre che vecchio, ho scritto un sacco di libri – sono rimasto uno scrittore e un lettore. Le mie convinzioni politiche riguardano la mia coscienza di cittadino ma non entrano mai nella mia scrittura. Quello che è cambiato è che in Israele si sono aggiunte altre guerre nel frattempo. E quello che mi sembra adesso è che questa guerra ha la possibilità di essere l’ultima, perché c’è la possibilità per tutti e due i paesi – Israele e Palestina – di cambiare profondamente. Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace – non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom.

Uri: Qui, come vedi, le tue idee sono molto gradite. Però, stando in Italia da tanto tempo, uno vede dei cambiamenti che non riguardano solo Israele – la cultura italiana è cambiata nel modo in cui guarda il passato. E questo appartiene anche alla tua scrittura. Come definisci tu questo essere figlio del secolo, e – lo dico in ebraico – quel kum, quell’alzarsi che hai sentito? Vedi questo cambiamento intorno a te?

Erri: Nella guerra di invasione dell’Ucraina, per esempio, alle ultime manifestazioni della Festa della Liberazione del 1945, le bandiere ucraine sono state espulse dal corteo – cosa per me incomprensibile, perché io sono completamente per la protezione, la difesa e anche per la vittoria dell’Ucraina. E lo stesso vale per la regione del medio oriente. Questa guerra ha radicalizzato delle simpatie e delle antipatie nei confronti del governo di Israele, ma anche simpatie dirette verso chi, quando grida lo slogan “Palestina libera, dal Giordano al mare” – cioè una Palestina senza la presenza di Israele – pronuncia precisamente il programma di Hamas. Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas, che però non osa dirlo – dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese.

Uri: Forse qui non tutti sanno che hai avuto un momento di kum politico: sei stato radicalizzato da ragazzo, sei arrivato a Lotta continua, a quel movimento da cui descrivi l’uscita in termini molto poetici. Questo elemento è parte molto importante della tua scrittura. Potremmo dire qualcosa sul momento in cui arrivi alla letteratura? E vorrei tenere in mente che quello che succede oggi succede in una società, in una cultura molto meno letteraria di quanto non lo fosse fino agli anni Ottanta-Novanta.

Erri: Sì, ho fatto parte di un movimento rivoluzionario della sinistra italiana, che era molto radicata nell’Italia degli anni Settanta. Ho partecipato a quel movimento perché la rivoluzione è stata la parola d’ordine del Novecento – con quello strumento si sono liberati i popoli da secoli di oppressioni coloniali e sono nate nuove nazioni libere. Dunque noi siamo stati il seguito di questo Novecento rivoluzionario. Poi – poiché è stato anche il secolo degli operai – sono stato operaio. Poiché è stato anche il secolo degli emigranti, sono stato emigrante. Insomma, sono stato tutto quello che si poteva essere nel Novecento. E dunque sono stato anche rivoluzionario. Ma la mia adesione alla causa palestinese si è interrotta di colpo nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, con la strage di Monaco. Il fatto che ci fossero degli ebrei uccisi in Germania di nuovo mi ha completamente dissociato dalla causa palestinese, da quel momento in poi. Ho continuato a partecipare a quel movimento, ma non ho mai più detto qualcosa a proposito della causa palestinese.

Uri: Stiamo parlando di cinquant’anni fa. Possiamo venire a cose più vicine. E allora io ancora mi chiedo: verso la politica, descrivi una responsabilità storica – un entrare nella storia e chiedersi quale è il proprio ruolo. Come si arriva da lì alla scrittura?

Erri: La scrittura è cominciata molto presto, nell’adolescenza. Era il modo per tenermi compagnia – oltre alla lettura, c’era anche la scrittura. Il primo racconto l’ho scritto a 11 anni ed era la storia di un pesce. Ho sempre avuto un’empatia per gli animali, nel senso che li considero più capaci e più esperti di noi nel vivere la vita. Sono dei maestri. E poi ho continuato a prendere spunto dalla mia vita. Il Novecento è stato un secolo che ha schiacciato le figure delle singole persone, le ha disperse, ha separato genitori dai figli, ha spostato masse umane sui continenti. In questo, i napoletani e gli ebrei hanno preso la stessa direzione – verso occidente – con navi differenti, motivi differenti, ma andando verso altri continenti perché questi non li contenevano più. Questo secolo ha fatto venire fuori le singole storie, e la letteratura è stata quella che le ha raccontate. Io ho fatto parte di questa volontà di riscattare le singole vite, le piccole vite personali, dallo schiacciamento del Novecento.

Uri: Parlando di pesci – adesso sta per essere pubblicato qui in Israele Storie di Irene, che è un libro... almeno il primo racconto, che è il cuore del libro, con la storia di Irene che sembra a metà strada fra umani e pesci. E’ una descrizione giusta?

Erri: E’ una storia come quella di Pinocchio che vuole diventare bambino, no? Questa è una bambina che è stata salvata da un naufragio dai delfini e che, dopo un periodo in cui è cresciuta sull’isola, vuole tornare in compagnia dei pesci che l’hanno salvata. E’ un ritorno al mare – diventa di nuovo un delfino, un modo di essere parte di questi magnifici mammiferi.

Uri: Come mai sei arrivato al mare, tu che hai scritto a lungo di montagne?

Erri: No, io sono cresciuto al mare, sull’isola d’Ischia. Tutti i miei centimetri sono dell’isola d’Ischia – crescevo solamente d’estate, sotto il sole, come una pianta. Poi quando ritornavo a Napoli, nei vicoli, non crescevo più. Comunque sono uno che ha conosciuto prima il mare e poi le montagne. Però quando ho conosciuto le montagne, lì ho il posto dove mi muovo meglio, dove il mio corpo si muove meglio, dove tutte le mie parti sono insieme a fare una sola cosa: scalare. Tutte le parti unite per strisciare su quella superficie verticale lentamente.

(risate) Rido perché c’è un piccolo dibattito in ebraico su quanto sia pericoloso andare in montagna. Ho detto in ebraico – non lo dico in italiano – ma è molto pericoloso: si muore facilmente e volentieri.

Uri: Però quella non è una domanda. Io tra me e me dico ogni tanto: tu sei uno scrittore napoletano che scrive sulla montagna come se la montagna fosse in mare — con il massimo di rischio possibile. Non usi protezione mentre scali, non usi niente, niente corda, niente.

Erri: Ma perché la vecchiaia è un’età molto sperimentale.

Uri: (ride) Sperimentale! E dunque quello che hanno in comune la montagna e il mare per te è la superficie.

Erri: Io mi muovo in superficie. Sono una persona superficiale – non vado nelle profondità, non faccio speleologia, non scendo nelle cavità, non scendo con le bombole sott’acqua. E anche quando leggo l’ebraico antico, lo leggo in superficie, nel senso letterale – nel senso che voi chiamate peshat. E questo ci porta a tanti argomenti.

Uri: Forse qui non sanno tutti che ancora oggi, tutte le mattine, ti alzi e leggi il Tanakh. Da quando? E perché?

Erri: Perché io dormo come un sasso. Quindi al mattino, quando mi risveglio, devo passare attraverso il regno vegetale – che è quello che faccio con il caffè. E poi, per passare al regno animale umano, ho bisogno di leggere in ebraico antico: quel modo di lettura che va dalla parte opposta a quella in cui leggo i libri fa quell’attrito nella mia testa che accende la scintilla del mattino. Mi sveglio facendo questo attrito con l’ebraico, tutti i giorni.

Uri: Noi parlavamo della traduzione di Samuele di 32 anni fa, che è appena uscita – e poi sono uscite altre: Qohèlet, Giona... Ti volevo chiedere: quale ti piace di più?

Erri: Sempre quella che sto leggendo al mattino.

Uri: (ride) Quella è una furbizia! Allora lo chiedo diversamente: perché non traduci le storie di Davide?

Erri: Di Davide ho prodotto il capitolo 17 – quello del duello con Golia – perché volevo spiegare come nasce l’artiglieria.

Uri: In Storie di Irene, ti descrivi come “venditore di storie napoletano”. Cosa significa questa frase?

Erri: Lo scrittore è il venditore di storie di un solo autore. Quindi, per vendere molti libri, ne devo scrivere molti. Se no avrei potuto fare il libraio – avrei potuto mettere molti più libri di molti autori. Ma sono rimasto scrittore, e allora posso vendere solamente i miei.

Uri: Nel libro c’è anche un’idea: chi sta appeso alla parete, al precipizio, non ha bisogno dei critici letterari. Questo rapporto tra la scrittura e il mondo letterario – puoi spiegare come vanno insieme questo stare in parete senza corda e quello che hai definito in un’intervista un distacco voluto da un quarto di secolo dalla cultura italiana?

Erri: Non partecipo a nessun premio letterario, né come candidato né come giurato. Chi scrive sta a una distanza e cerca con la scrittura di raggiungere una persona che sta in un altro posto e in un altro tempo. E’ un rapporto in cui non c’entra la terza persona, non c’entra il mondo – anzi, è la separazione dal mondo e il procurarsi reciprocamente un tempo di isolamento.

Uri: C’è qualcosa nella cultura che non ti piace – i convegni, questo modo di discutere?

Erri: E’ che l’ambiente letterario italiano non mi interessa.

Uri: Ma perché?

Erri: Non ho una teoria, ho solamente la pratica: non mi piacciono. Lì è teoria.

Uri: Comunque tu appartieni alla roccia della letteratura – i classici, la Bibbia. In Storie di Irene vengono le Furie, che vengono da Eschilo, se non anche da prima, c’è Dante... Puoi dire qualcosa su questo?

Erri: Sono più lettore che scrittore, e dunque le letture da qualche parte finiscono sotto pelle e poi affiorano sotto forma di racconto, dopo essersi trasformate. Se mi accorgo di stare ricordando uno scrittore, lo cito, lo nomino – mi fa piacere riconoscere una coincidenza. Ma se no, non me ne accorgo. Non so dire che c’è stata questa trasformazione dalla lettura a una mia digestione di scrittura.

E poi il lettore che sono non conosce lo scrittore che sono, perché se lo scrittore si mette a fare il lettore, si guasta la lettura – inevitabilmente compara la lettura con la propria scrittura. Gli viene in mente: io l’avrei scritta diversamente. Così la lettura si guasta, diventa la lettura di uno scrittore da scrittore. Invece io leggo da lettore, che non sa niente dell’altro che scrive.

C’è uno scrittore svizzero che si chiamava Robert Walser: dopo aver letto Dickens, non ha scritto più una parola e si è disperato perché non poteva essere paragonabile a Dickens. Ma il guasto è di leggere Dickens da collega di Dickens, e non da lettore che si gusta Dickens. A me Dickens piace, ma non mi verrebbe in mente di non scrivere perché ha già scritto meglio di me.

Uri: Dall’inizio, dal primo libro, avevi già la misura breve dei libri – che è poi la misura odierna in tutta l’editoria. E chiedo: non ti è mai venuto in mente di fare il romanzone, i Promessi Sposi, un mattone?

Erri: No. Io penso che uno scrittore, con la sua storia, è ospite del tempo del lettore. L’ospite deve alzarsi da tavola finché è ancora desiderato. Il migliore complimento per me è che alla fine il lettore dica: avrei voluto altre pagine. Vuol dire che sono stato discreto, non ho approfittato del suo tempo. E poi i romanzoni ci sono già!

Uri: Guarda. C’è scritta, in Storie di Irene, una frase che va dietro la parola bellezza: “Vedo la bellezza di Irene e non risalgo in cima all’universo per giustificare che lei esiste”. E’ un’argomentazione con Dante, o sbaglio?

Erri: E’ il contrario. Per me la bellezza è una grande manifestazione della forza della natura e non ho bisogno di risalire a un capomastro che ha distribuito la bellezza insieme alla bruttezza. La bellezza si giustifica da sola, perché è la forza della natura di farsi concorrenza attraverso la bellezza, di migliorarsi attraverso la bellezza – che è una forza interiore e non una decorazione, non un’estetica. E’ come la forza del seme sepolto nella terra che però, quando germoglia, spunta verso l’alto e affiora in superficie, andando contro la legge di gravità. La bellezza è questa forza che si sprigiona dal basso verso l’alto, dall’interno verso l’esterno.

Uri: Nell’Iliade, Afrodite minaccia Elena di toglierle il dono della bellezza, ed Elena si riempie di paura. Irene è un’altra Elena, su quell’isola?

Erri: Sì. La sua bellezza è di essere sia del mare che della terra, di saper stare in tutte e due le superfici. Ne manca solo l’aria.

Uri: La prossima: una storia con le ali?

Erri: L’ho già scritta, no? Quella era quella di Dio. (sorride) Il monte di Dio – quello qui lo conoscono tutti.

Uri: Parlando di questo movimento fra la terra e la montagna, c’è una cosa molto bella di Primo Levi che parla della montagna come un’isola. Te la leggo:

“Uscivamo all’aurora, strofinandosi gli occhi, dalla portina del bivacco Martinotti, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne – candide, brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche. Erano un’isola, un altrove”.

È un senso che condividi?

Erri: Sì. Le montagne sono la spinta della terra verso l’alto – sono il confine della terra con il cielo. E allora l’isola ce la metto io: sono io che vado a isolarmi in montagna, mi procuro questa distanza attraverso questo deserto, dove non c’è nessuno intorno, dove sono una minuscola parte dell’immenso. E poi, fatta questa traversata nel deserto, ritorno al mio punto di partenza. L’isola è sempre un arrivo; la cima di una montagna mai è un arrivo – o se lo è, è un arrivo definitivo. Come si dice da noi: salire è facoltativo, ma scendere è obbligatorio.

Uri: Il punto di partenza è sempre Napoli, o sbaglio?

Erri: Napoli è uno dei miei quattro cantoni – posso dire: il gioco dei quattro cantoni. Poi c’è la vita operaia, poi c’è la mia vita di cittadino politico, poi c’è la mia vita di volontario negli aiuti nelle guerre. Napoli è una delle mie fonti di ispirazione, ma non è la sorgente della mia ispirazione. E’ la sorgente della mia lingua madre – con me stesso parlo napoletano.

Uri: E nella letteratura hai uno stile che io oserei chiamare “italiano biblico” – molto raffinato, molto ricercato. Io ho tradotto un tuo libro e non era facile, eh!

(Una spettatrice chiede se Uri si consultasse con Erri durante la traduzione)

Erri: No. (pausa) E poi – sentite tutti come rispondo alle domande. Nessuna domanda è sciocca, perché parte da un interesse verso la persona – è un atto di cortesia, di gentilezza, di curiosità. Per gran parte della mia vita sono stato interrogato dai magistrati, o da persone che si interessavano solo a sapere se sarei ancora vivo o no. Dunque improvvisamente, con la scrittura, sono arrivate un sacco di belle domande, e allora mi sforzo di inventare delle belle risposte.

Uri: Voglio fare un’ultima domanda. In Storie di Irene c’è una frase che ho trovato molto toccante: “Al posto della vergogna è venuta la gratitudine”. Siamo in un momento in cui abbiamo anche molto di cui vergognarci. Come si passa dalla vergogna alla gratitudine? Cosa fa al mondo questo passaggio?

Erri: La vergogna resta, e obbliga a togliersela di dosso, a inventare una risposta, a reagire contro questa vergogna che rode da dentro. La vergogna è un sentimento politico, perché quando coinvolge più persone spinge a inventare risposte positive, risposte generose. Come napoletano ho sentito questo sentimento quando Napoli era abitata dalla Sesta Flotta americana – scendevano in massa a Napoli e andavano a sfogare la loro astinenza alcolica e sessuale. Mi vergognavo di essere lì. E la mia risposta è stata quella di andarmene, di disertare quella città. Ma quando la vergogna diventa collettiva, la risposta è politica. Non è un brutto sentimento, la vergogna – fa bene al corpo, alla salute. Se esiste, produrrà buoni frutti.

Uri: (dal pubblico) Ti chiedono: hai pagato un prezzo per questo tuo sostegno a Israele, per questo dire “io sono sionista” – in tempi in cui sembra proprio una bestemmia?

Erri: Sì. Non sono mai stato tanto attaccato in Italia come adesso, e lo sarò ancora a lungo per queste mie convinzioni. Però le mie convinzioni precedono i miei interessi. Sono disposto a perdere tutto per le mie convinzioni.

Uri: Questa non è più una domanda, è una dichiarazione d’amore. Ti stiamo aspettando qui per la prossima edizione, nella Gerusalemme città di pace – speriamo tutti.

Erri: Assolutamente. Condividiamo questo sentimento.

Uri: (traduce una domanda dal pubblico) Una signora dice che ha sempre ammirato i tuoi libri e si sofferma sulle frasi. La domanda è: come componi? Avendo sentito come parli, sembra che tu scriva come pensi, come parli, come vivi. La scrittura è un processo uguale o qualcosa di diverso?

Erri: La scrittura è un tempo festivo per me. Scorre la penna sul foglio in maniera fluida – non perché sto sentendo un racconto, ma perché mentre lo scrivo lo sto sentendo: è una voce, è un racconto orale, con le mie frasi che non sono più lunghe del fiato che ci vuole a pronunciarle. E’ una specie di registrazione di un flusso di parole, di voci. Sento le voci, sì, e scrivo sentendo un racconto.

Uri: Erri, c’è qualcosa che vorresti dire a questo pubblico?

Erri: Grazie dell’accoglienza.

Uri: Erri, ti ringrazio molto. Come sempre è un grande piacere, e si impara sempre qualcosa. E ancora mi ricordo che mi dicevi: si scrive con la penna, mettendo sulla carta. E così si scrive. Ciao a tutti!

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OLTRE IL BIANCO ED IL NERO: PERCHÉ ABBIAMO PAURA DELLA BISESSUALITÀ?


Buon mese dell'orgoglio LGBTQIA+
🩷❤️🧡💛💚💙💜

Tempo di lettura: 2 minuti e mezzo 

Vi è mai capitato di assistere a una discussione in cui, di fronte alla bisessualità di qualcuno, scatta l'immancabile pretesa: "Sì, va bene, ma prima o poi dovrà decidere da che parte stare"?

Per molti questa apparente incapacità di stare in una sola casella genera un profondo senso di disagio. 

Diventa una situazione kafkiana o, per dirla alla Freud, decisamente perturbante.

Qualcosa che destabilizza le certezze altrui, un elemento che scardina l'ordine rassicurante delle cose. Sembra quasi che, se non scegliamo una sponda, o rigorosamente etero o rigorosamente omosessuale, stiamo barando, o stiamo vivendo in una perenne "fase di transizione".

Ma da dove nasce, davvero, questo rifiuto? Spesso ci risulta difficile "accettare" la bisessualità, o spesso anche l'omosessualità, perché compiamo un errore di prospettiva sistematico: il nostro pensiero si fionda immediatamente e unicamente sull'atto sessuale, ignorando l'amore puro.

Riduciamo l'orientamento a una mera questione di corpi e di letti, come se l'attrazione verso lo stesso genere (o verso entrambi) fosse solo un impulso carnale e non la capacità profonda di connettersi emotivamente, di proteggere, di stimare e di amare un altro essere umano. Questa ipersessualizzazione dell'identità crea un filtro deformante che impedisce di vedere l'essenza: il sentimento.

La verità è invece che l’orientamento sessuale non è un contratto da firmare, né un modulo in cui è vietato barrare due caselle. Viviamo in una società pervasa dal mito del controllo e da lì nasce la pretesa di "guidare" i sentimenti. Ci insegnano che possiamo pianificare la carriera, forgiare il nostro corpo, programmare ogni singolo aspetto della nostra esistenza. Di conseguenza, pretendiamo di applicare la stessa logica geometrica e razionale anche alla sfera più intima e profonda di una persona.

Pensiamo, erroneamente, che l'orientamento sessuale sia una scelta consapevole guidata dalla volontà. Ci convinciamo che basti un atto di determinazione per "decidere" chi amare o da chi essere attratti.

Proviamo a rifletterci insieme: si può davvero imporre al cuore una direzione? Si può forzare il desiderio a camminare sui binari che abbiamo prestabilito per lui, solo per non disturbare lo sguardo di chi ci sta intorno?

La risposta è no.

L’orientamento sessuale non può essere guidato, non può essere addomesticato e, soprattutto, non può essere forzato.  

L'orientamento si scopre, non si decide.

Quando parliamo di sessualità, parliamo di una delle forze più complesse, sfaccettate e, allo stesso tempo, profondamente naturali della nostra vita.

Non ci si siede a tavolino a quindici o a trent'anni per decretare, per via burocratica, la mappa dei nostri desideri futuri. Il nostro orientamento è un paesaggio interiore che si rivela a noi un pezzo alla volta.

Non lo creiamo noi; lo troviamo lì, già esistente. Per questo, l’unico atto davvero evoluto e sano che possiamo compiere nei confronti di noi stessi, e che la società dovrebbe compiere nei confronti degli altri, non è la guida, ma l'accoglienza.

Accogliere significa smettere di farsi la guerra. Significa rinunciare a quella violenza sottile che ci spinge a mutilare una parte della nostra sensibilità pur di entrare in una definizione comoda per gli altri.

Le persone bisessuali non sono "indecise": hanno semplicemente accolto la totalità del proprio modo di sentire, senza applicare barriere artificiali laddove la natura ha previsto fluidità e sfumature.

Bisognerebbe imparare ad abituarsi alla complessità.

La richiesta di "scegliere un campo" nasce spesso da una pigrizia mentale: se vi inseriamo in una scatola rigida, sappiamo come catalogarvi e non dobbiamo fare la fatica di pensare. La bisessualità rompe questo giocattolo perfetto, e per questo fa paura. Spesso viene cancellata o sminuita non solo dall'esterno, ma a volte persino all'interno delle stesse comunità LGBTQIA+.

La natura però non ama le linee rette. È fatta di spettri, di transizioni, di colori che sfumano l'uno nell'altro. Pretendere che una persona bisessuale rinunci a una parte di sé per rassicurare il binarismo altrui significa privare il mondo di una parte della sua ricchezza.

In conclusione: creiamo uno spazio di ascolto.

Smettiamo di chiedere alle persone di dimezzarsi. Smettiamo di guardare a chi ama oltre i generi come a un enigma kafkiano da risolvere.

Il vero passo avanti, come comunità e come individui, consiste nel capire che l'identità non va compresa a tutti i costi secondo i nostri schemi: va semplicemente rispettata.

Lasciamo che il desiderio sia ciò che è: libero, naturale e non negoziabile. La prossima volta che qualcuno ci chiederà di scegliere da che parte stare ricordiamoci, e ricordiamo loro, che la vita è un'esperienza troppo ricca per essere dipinta usando un solo colore.

Buon mese dell'orgoglio LGBTQIA+ 🩷❤️🧡💛💚💙💜

Pubblicato da Vincenza Abbatiello alle 3.6.26 1 commento:
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DA GUCCINI A GIGI D'ALESSIO: L'ARTE DI LASCIAR LIBERI I FIGLI

 

Tempo di lettura: 2 minuti

Avete presente la scena del film “Se Dio vuole”, del regista Edoardo Falcone, in cui la figlia affronta il padre, un cardiochirurgo stimato, intellettuale e rigidamente convinto della propria superiorità culturale?

Lei gli ricorda di quando, da bambina, lui la costringeva ad ascoltare Guccini, De Gregori, De André e di come lei percepisse quell'imposizione come una cattiveria, quasi come una violenza. Poi, con una disarmante e ironica naturalezza, gli sgancia la bomba: "Papà, ti devo dare una delusione...a me piace Gigi D'Alessio".

Fa sorridere, certo. Ma dietro la commedia si nasconde una delle dinamiche più dolorose e diffuse del rapporto genitori-figli: la trappola del prolungamento narcisistico.

Spesso, in modo più o meno conscio, siamo convinti che i figli meritino la nostra approvazione e il nostro affetto solo se si dimostrano all'altezza delle nostre aspettative. 

Li vorremmo come specchi in cui riflettere il nostro orgoglio, o peggio, come una "seconda possibilità" per realizzare ciò che noi non siamo riusciti a essere. 

Li trasformiamo in un'estensione di noi stessi, un prolungamento destinato ad appagare i nostri bisogni irrisolti.

Se nella finzione cinematografica questo scontro si gioca sui gusti musicali, nella realtà di tutti i giorni questa rigidità si manifesta in modi ben più drammatici. 

Pensiamo a cosa accade quando un figlio o una figlia dichiara di voler intraprendere una carriera lavorativa o un percorso di studi completamente diversi rispetto a ciò che i genitori hanno sempre "aspirato" o “addirittura” fa coming out.

Quel momento, che dovrebbe essere il massimo atto di fiducia e autenticità verso la famiglia, si scontra troppo spesso con un muro di rifiuto, silenzio o aperta ostilità proprio da parte dei genitori. 

Perché? 

Esattamente per lo stesso motivo: il crollo del prolungamento narcisistico.

Dal punto di vista psicologico, l'orientamento sessuale o l'identità di genere del figlio distruggono il "copione" che il genitore aveva scritto per lui fin dalla nascita. In psicologia si parla di "lutto delle aspettative: il genitore deve elaborare la perdita del figlio "ideale" (quello eterosessuale, che si sposa e fa figli secondo la linearità tradizionale) per poter accogliere il figlio "reale". 

Se il genitore soffre di un forte narcisismo e vede il figlio solo come uno status symbol o una garanzia di conformità, il coming out viene percepito come un attacco personale, un fallimento del proprio progetto educativo o una minaccia alla propria identità.

Il figlio, di contro, si trova intrappolato in quello che lo psicoanalista Donald Winnicott definiva il "Falso Sé": per anni impara a soffocare la propria natura pur di non perdere l'amore e l'approvazione della famiglia. Tutto ciò non senza conseguenze dal punto di vista psicologico e sociologico. Quando finalmente prende coscienza del “Vero Sé” e abbraccia il coraggio rompendo il guscio che si era costruito, il rifiuto dei genitori genera un trauma ben più profondo, una ferita da abbandono che dice al figlio: "Ti amo solo se sei come voglio io".

A questo si aggiunge una potente dimensione sociologica. I genitori non vivono sotto una campana di vetro; sono immersi in una struttura sociale che per secoli ha premiato l'eteronormatività e la conformità sociale come indicatori di "buona genitorialità". Il rifiuto dei genitori, quindi, è spesso dettato dalla paura del giudizio sociale, dal timore dello stigma e dalla vergogna verso il proprio gruppo dei pari (parenti, colleghi, vicini). In sociologia, il sociologo Erving Goffman parlava di "stigma riflesso": il genitore teme che lo "stigma" associato alla diversità del figlio ricada su di sé, intaccando la propria reputazione e il proprio posizionamento nella comunità. Il figlio cessa di essere un motivo di orgoglio sociale e diventa, agli occhi del genitore socialmente condizionato, un elemento di vulnerabilità.

Il vero atto d'amore e di maturità emotiva di un genitore sta invece nella capacità di praticare quella che Carl Rogers chiamava “accettazione positiva incondizionata”. Significa amare il proprio figlio per ciò che è, non per ciò che fa o per quanto si adegui alle nostre ambizioni o alle pressioni della società.

I figli non sono nati per completarci, né per correggere le nostre bozze di vita rimaste inespresse e tanto meno per rassicurare il nostro bisogno di accettazione sociale. Sono un "altro da sé". Hanno il diritto di amare chi vogliono, di avere percorsi diversi e persino di fare errori diversi dai nostri.

Amare un figlio significa essere disposti a farsi "deludere" nelle proprie aspettative egoistiche, capendo che quella delusione non è un tradimento, ma il meraviglioso certificato della sua indipendenza e della sua unicità. Che si tratti di ascoltare Gigi D'Alessio o di rivendicare con orgoglio la propria identità e chi amare, lasciateli liberi. Significa che avete cresciuto una persona autentica, non un burattino.

E questa, alla fine, è l'unica vera vittoria per un genitore.

Pubblicato da Vincenza Abbatiello alle 24.5.26 1 commento:
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IL BRANCO E LA VITTIMA. SIAMO TUTTI VITTIME E CARNEFICI



Qualcuno si chiede se i sette ragazzi che in branco hanno commesso violenza su una donna o se tutti quelli che commettono violenza abbiano a casa una sorella, una persona di genere femminile in modo che provino un minimo di empatia. 

Hanno di sicuro una mamma e neanche questo li ha fermati. Credo che il disagio di determinati giovani parta proprio dalla famiglia, dalle zone dove abitano, dalle scuole che frequentano.

Sono incazzata nera con questi personaggi, e allo stesso tempo c’è un angolo del mio cuore che mi fa stare molto male e provare tanta pena per loro. Sono essi stessi vittime del sistema e ci dobbiamo solo augurare che le carceri siano in grado di assolvere quella funzione rieducativa prevista dalla nostra Costituzione, che all’art. 27 così recita: 

“La responsabilità penale è personale.

L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte.”

Quindi nessuna violenza, nessuna vendetta personale. Ho sentito dire: “spero che li mettano in galera e che vengano stuprati” oppure “andrebbero castrati” oppure “io li ammazzerei con le mie mani”.

Poi c’è chi sale in cattedra e dice: “farsi giustizia da soli non è legale” o “non si può rispondere alla violenza con altra violenza”, sbandierando appunto il bel l’articolo 27 della nostra bella Costituzione. 

Chi lo fa però deve essere sicuro che se dovesse accadere alle proprie figlie ed ai propri figli continui a pensarla così. 

Allo stesso modo di chi vuole vedere i carnefici impalati deve pensare che un proprio figlio può in banco trovarsi ad agire in quel modo. 

Certo, l’educazione, la famiglia, se educhi bene non accadrà mai, ma nessuno mai può prevedere le sorti della vita di una persona. 


Anche a me verrebbe di pensare di ammazzarli  con le mie mani se la vittima fosse mio figlio. Allo stesso modo cosa proverei se invece fosse mio figlio ad essere il carnefice? Continuerei a pensare che il genitore della vittima ha il diritto di fare giustizia da sé?


È tanto semplice parlare quando non si è toccati in modo diretto, ma diventa molto più difficile quando le cose toccano la propria famiglia.

Questo per dire che l’onda mediatica, i post di odio, che crocifiggono questo o quello; le posizioni di questa o quella persona famosa; tutto non fa altro che amplificare il dolore, specie quelli della vittima. Spesso si farebbe meglio a starsene in silenzio, sarebbe più rispettoso rinunciare a qualche like o rinunciare ad avere ragione e lasciar fare alla giustizia. 

Pubblicato da Vincenza Abbatiello alle 22.8.23 Nessun commento:
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