DA GUCCINI A GIGI D'ALESSIO: L'ARTE DI LASCIAR LIBERI I FIGLI

 

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Avete presente la scena del film “Se Dio vuole”, del regista Edoardo Falcone, in cui la figlia affronta il padre, un cardiochirurgo stimato, intellettuale e rigidamente convinto della propria superiorità culturale?

Lei gli ricorda di quando, da bambina, lui la costringeva ad ascoltare Guccini, De Gregori, De André e di come lei percepisse quell'imposizione come una cattiveria, quasi come una violenza. Poi, con una disarmante e ironica naturalezza, gli sgancia la bomba: "Papà, ti devo dare una delusione...a me piace Gigi D'Alessio".

Fa sorridere, certo. Ma dietro la commedia si nasconde una delle dinamiche più dolorose e diffuse del rapporto genitori-figli: la trappola del prolungamento narcisistico.

Spesso, in modo più o meno conscio, siamo convinti che i figli meritino la nostra approvazione e il nostro affetto solo se si dimostrano all'altezza delle nostre aspettative. 

Li vorremmo come specchi in cui riflettere il nostro orgoglio, o peggio, come una "seconda possibilità" per realizzare ciò che noi non siamo riusciti a essere. 

Li trasformiamo in un'estensione di noi stessi, un prolungamento destinato ad appagare i nostri bisogni irrisolti.

Se nella finzione cinematografica questo scontro si gioca sui gusti musicali, nella realtà di tutti i giorni questa rigidità si manifesta in modi ben più drammatici. 

Pensiamo a cosa accade quando un figlio o una figlia dichiara di voler intraprendere una carriera lavorativa o un percorso di studi completamente diversi rispetto a ciò che i genitori hanno sempre "aspirato" o “addirittura” fa coming out.

Quel momento, che dovrebbe essere il massimo atto di fiducia e autenticità verso la famiglia, si scontra troppo spesso con un muro di rifiuto, silenzio o aperta ostilità proprio da parte dei genitori. 

Perché? 

Esattamente per lo stesso motivo: il crollo del prolungamento narcisistico.

Dal punto di vista psicologico, l'orientamento sessuale o l'identità di genere del figlio distruggono il "copione" che il genitore aveva scritto per lui fin dalla nascita. In psicologia si parla di "lutto delle aspettative: il genitore deve elaborare la perdita del figlio "ideale" (quello eterosessuale, che si sposa e fa figli secondo la linearità tradizionale) per poter accogliere il figlio "reale". 

Se il genitore soffre di un forte narcisismo e vede il figlio solo come uno status symbol o una garanzia di conformità, il coming out viene percepito come un attacco personale, un fallimento del proprio progetto educativo o una minaccia alla propria identità.

Il figlio, di contro, si trova intrappolato in quello che lo psicoanalista Donald Winnicott definiva il "Falso Sé": per anni impara a soffocare la propria natura pur di non perdere l'amore e l'approvazione della famiglia. Tutto ciò non senza conseguenze dal punto di vista psicologico e sociologico. Quando finalmente prende coscienza del “Vero Sé” e abbraccia il coraggio rompendo il guscio che si era costruito, il rifiuto dei genitori genera un trauma ben più profondo, una ferita da abbandono che dice al figlio: "Ti amo solo se sei come voglio io".

A questo si aggiunge una potente dimensione sociologica. I genitori non vivono sotto una campana di vetro; sono immersi in una struttura sociale che per secoli ha premiato l'eteronormatività e la conformità sociale come indicatori di "buona genitorialità". Il rifiuto dei genitori, quindi, è spesso dettato dalla paura del giudizio sociale, dal timore dello stigma e dalla vergogna verso il proprio gruppo dei pari (parenti, colleghi, vicini). In sociologia, il sociologo Erving Goffman parlava di "stigma riflesso": il genitore teme che lo "stigma" associato alla diversità del figlio ricada su di sé, intaccando la propria reputazione e il proprio posizionamento nella comunità. Il figlio cessa di essere un motivo di orgoglio sociale e diventa, agli occhi del genitore socialmente condizionato, un elemento di vulnerabilità.

Il vero atto d'amore e di maturità emotiva di un genitore sta invece nella capacità di praticare quella che Carl Rogers chiamava “accettazione positiva incondizionata”. Significa amare il proprio figlio per ciò che è, non per ciò che fa o per quanto si adegui alle nostre ambizioni o alle pressioni della società.

I figli non sono nati per completarci, né per correggere le nostre bozze di vita rimaste inespresse e tanto meno per rassicurare il nostro bisogno di accettazione sociale. Sono un "altro da sé". Hanno il diritto di amare chi vogliono, di avere percorsi diversi e persino di fare errori diversi dai nostri.

Amare un figlio significa essere disposti a farsi "deludere" nelle proprie aspettative egoistiche, capendo che quella delusione non è un tradimento, ma il meraviglioso certificato della sua indipendenza e della sua unicità. Che si tratti di ascoltare Gigi D'Alessio o di rivendicare con orgoglio la propria identità e chi amare, lasciateli liberi. Significa che avete cresciuto una persona autentica, non un burattino.

E questa, alla fine, è l'unica vera vittoria per un genitore.

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