Esiste un confine invisibile, ma fondamentale, che separa la nostra sfera pubblica da quella privata.
Nella dimensione della confidenza, che si tratti di uno sfogo tra amici, di una conversazione sussurrata durante un viaggio o di un pensiero accennato a un collega, le persone si spogliano delle proprie maschere sociali.
In quello spazio, protetti dalla presunzione di riservatezza, possono emergere anche i pensieri più orrendi, le frustrazioni più meschine, i giudizi più tranchant e ingiustificabili. È una valvola di sfogo intrinseca alla natura umana, un modo per dire ad alta voce ciò che la morale pubblica magari condanna, non per tradurlo in azione o in manifesto politico, ma per liberarsene nell'istante stesso in cui viene pronunciato.
Il vero discrimine etico si sposta nel momento in cui quel confine viene violato.
Se qualcuno, per puro caso o per vicinanza fisica, intercetta queste parole nate per rimanere private, o se la persona stessa destinataria di tale fiducia decide di registrarle e diffonderle all'esterno, commette un atto che va oltre la gravità delle parole ascoltate. Trasformare un'aberrazione privata in uno scandalo pubblico è un'operazione ignobile.
Chi riporta all'esterno queste dichiarazioni non lo fa quasi mai per amore di giustizia, ma per un calcolo di potere, per vendetta o per il gusto voyeuristico della gogna.
È il passaggio da un peccato di pensiero (orrendo finché si vuole) a un atto deliberato di distruzione della reputazione altrui.
Il tradimento della riservatezza distrugge la fiducia sociale ed è, per questo, un atto ancora più subdolo e meschino della peggiore delle confidenze.
Questo cortocircuito etico si incarna perfettamente nella recente vicenda che ha scosso le stanze del Premio Strega, dove lo scrittore Michele Mari è finito al centro di una violenta polemica per alcune pesantissime dichiarazioni su Michela Murgia, scambiate durante un viaggio in treno con la collega Elena Rui e intercettate da altri passeggeri (tra cui la scrittrice Teresa Ciabatti).
Le frasi attribuite a Mari, e da lui successivamente smentite (io non c’ero, per cui non posso sapere la verità) sono indifendibili.
Liquidare la figura e lo spessore intellettuale di una scrittrice come Michela Murgia, a pochi anni dalla sua scomparsa, riducendo le sue posizioni e la sua intransigenza a una presunta "rabbia da bruttezza" e allargando il campo a un cliché misogino secondo cui "tutte le donne insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose", rappresenta un giudizio feroce, sgradevole e profondamente ingiusto, oltre che codardo. Non si può essere d'accordo con simili affermazioni, che colpiscono la dignità personale e intellettuale di una donna, di un'autrice, che ho sempre trovato meravigliosa.
Tuttavia, pur condannando fermamente il contenuto di quelle parole, è altrettanto necessario condannare il meccanismo che le ha rese pubbliche. Quelle frasi non facevano parte di un'intervista, di un saggio o di un dibattito pubblico; erano nate per rimanere nell'alveo di una conversazione privata e confidenziale. Portarle alla luce, amplificarle sui media e trasformarle in un'arma di fustigazione pubblica è un atto altrettanto, se non più, ignobile.
Chi ha deciso di raccogliere quelle parole e "tuonarle" all'esterno ha violato il diritto fondamentale di ogni individuo di essere orrendo nel proprio privato senza per questo dover essere processato in pubblica piazza.
Nel tentativo di difendere una memoria, si è scelto di calpestare l'etica dell'ascolto, dimostrando che oggi il linciaggio mediatico conta più del rispetto della sfera intima.

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